Qual è uno degli edifici più amati e visitati
al mondo, simbolo della fioritura della cosiddetta “architettura degli ingegneri”,
alto circa 300 metri ed in grado di sopportare venti che soffiano a più di 200
km/h? La risposta credo, ma soprattutto spero,
sia scontata: sto parlando della famosissima Tour Eiffel.
I due ingegneri facevano parte della Compagnie
des Établissements Eiffel, una ditta gestita da Gustave Eiffel, uno dei protagonisti
della seconda rivoluzione industriale che portò all’affermazione della figura
dell’ingegnere, dotato di una formazione tecnica più solida rispetto a quella
artistica degli architetti.
Eiffel, intuita la genialità dell’idea dei suoi
collaboratori, si avvalse dell’aiuto di Stephen Sauvestre, ingegnere capo del
dipartimento di architettura della sua società, per perfezionare ed ultimare il
progetto.
La struttura della torre è costituita da una
base quadrata da cui si innalzano quattro pilastri che, infine, confluiscono in
un'unica colonna che diventa sempre più sottile; le misure della costruzione
furono esagerate appositamente da Eiffel che, non sicuro della precisione dei
suoi calcoli, doveva evitare che il vento creasse forti oscillazioni e il
conseguente crollo dell’opera.
Essa, infatti, presenta una forma aerodinamica con
7.300 tonnellate di ferro assemblate in una costruzione reticolare: i
diciottomila pezzi metallici non erano costituiti da travi massicce ma da barre
scanalate per resistere alla velocità dell’aria.
Essi hanno trovato un’equazione che spiega la
relazione tra la forma della Tour Eiffel e l’azione del vento:
“While events of
the French Revolution are captured by Charles Dickens in his poignant novel A
Tale of Two Cities, the centennial of the French Revolution is commemorated by
Eiffel’s graceful tower, the skyline profile of which is A Tail of Two
Exponentials.”
 |
|
|
«Noi scrittori, pittori, scultori e architetti,
a nome del buon gusto e di questa minaccia alla storia francese, veniamo a
esprimere la nostra profonda indignazione perché nel cuore della nostra
capitale si debba innalzare questa superflua e mostruosa Torre Eiffel, che lo
spirito ironico dell'anima popolare, ispirata da un sano buon senso e da un
principio di giustizia, ha già battezzato la Torre di Babele. La città di
Parigi si assocerà veramente alle esaltate affaristiche fantasticherie di una
costruzione meccanica - o di un costruttore - disonorandosi e degradandosi per
sempre? [...] La Torre Eiffel, che neppure l'America, con la sua anima
commerciale, ha l'audacia di immaginare, senz'alcun dubbio è il disonore di
Parigi. Tutti lo sentono, tutti lo dicono, tutti ne sono profondamente
rattristati, e noi non siamo che la debole eco di un'opinione pubblica
profondamente e giustamente costernata. Quando gli stranieri visiteranno la
nostra Esposizione protesteranno energicamente: "È dunque questo l'orrore
che hanno creato i francesi per darci un'idea del loro gusto tanto
magnificato?". [...] E per i prossimi vent'anni vedremo stagliarsi sulla
città, ancora vibrante dell'ingegno dei secoli passati, vedremo stagliarsi come
una macchia d'inchiostro l'odiosa ombra dell'odiosa colonna di metallo
imbullonato»
In esso lo scrittore, considerato uno dei più
grandi autori di romanzi fantastici del Novecento italiano, racconta che gli
operai dediti alla costruzione dell’edificio si erano spinti ben oltre i 300 metri
che possiamo osservare oggi:
“La costruzione non sarebbe finita mai e per la
perpetuità dei tempi la Torre Eiffel avrebbe continuato a crescere in direzione
del cielo, sopravanzando le nubi, le tempeste, i picchi del Gaurisangar. Fin
che Dio ci avesse dato forza, noi avremmo continuato a bullonare le travi di
acciaio una sopra l'altra, sempre più in su, e dopo di noi avrebbero continuato
i nostri figli, e nessuno della piatta città di Parigi avrebbe saputo, lo squallido
mondo non avrebbe capito mai.”
Tuttavia, i lavoratori furono costretti a
fermarsi e il loro lavoro aggiuntivo venne distrutto:
“Disfecero il poema da noi elevato al cielo,
amputarono la guglia a trecento metri d'altezza, ci piantarono sopra il
cappelluccio che ancora adesso vedete, miserabile. La nube che ci nascondeva
non esiste più, per questa nube anzi faranno un processo alle Assise della
Senna. L'aborto di torre è stato tutto verniciato di grigio, ne pendono lunghe
bandiere che sventolano al sole, oggi è il giorno dell'inaugurazione.”
Il racconto, oltre a definire un parallelismo
con la Torre di Babele, costruita, secondo il racconto biblico, sul fiume
Eufrate nel Sennaar (in Mesopotamia) con l'intenzione di arrivare al cielo e
dunque a Dio (Genesi 11, 1-9), fa riflettere sul tempo sprecato durante la
giovinezza in pretese inutili.
Infatti, nella conclusione de "La Torre Eiffel", Buzzati scrive:
“Ah,
giovinezza”
Approfondimenti:
(i link ad ulteriori riferimenti e/o approfondimenti sono presenti all'interno del testo)