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mercoledì 10 giugno 2020

Sperare nell'estinzione del genere umano è moralmente corretto?- STEP#21

L’etica indaga i comportamenti umani e cerca di distinguere quelli ritenuti giusti e leciti, da quelli sconvenienti o cattivi, stabilendo, allo stesso tempo, una condotta ideale da seguire.

Come ho già detto in precedenza, l’uomo, fin dall’antichità, osservando il cielo ed i volatili che lo popolano, ha sentito l’esigenza di spiccare il volo, anche fisicamente e non solo tramite la mente e l’immaginazione.
Tuttavia, come spesso accade, il desiderio di raggiungere un sogno offusca la parte del pensiero che contiene le possibili conseguenze negative di un utilizzo scorretto delle proprie fantasie.
Il crollo dell’immaginario di bellezza e spensieratezza conferito alla possibilità di volare coincide con l'inizio dell'utilizzo dell'aereo in guerra: da allora, l'invenzione sarebbe stata definitivamente associata, purtroppo, anche all'omicidio.

Lo scoppio del primo conflitto su scala mondiale avvenne circa un decennio dopo il primo volo con un aeroplano, compiuto dai fratelli Wright.
Inizialmente molte personalità influenti cercarono di opporsi all’utilizzo di questi mezzi per scopi bellici, tra cui il generale francese Ferdinand Foch:

"l'aviazione è un ottimo sport, ma è completamente inutile per i fini dell'esercito"

Tuttavia, la nuova invenzione divenne ben presto un’arma fondamentale per decidere le sorti della guerra poiché permetteva di individuare la posizione delle truppe nemiche e di bombardarle, nonostante il ruolo del pilota fosse ancora incredibilmente pericoloso a causa  degli aerei che non erano stati testati approfonditamente.



Un'altra vicenda, appartenente a diversi decenni dopo, che mostra la brutalità degli aerei a servizio della guerra è il bombardamento di Guernica, avvenuto nell'omonima città basca il 26 aprile 1937, durante la guerra civile spagnola, e messo in atto dall'armata aerea italo-tedesca.
La paura, lo stupore e la sofferenza provata dai civili, durante quei maledetti momenti di disperazione, sono il soggetto della grandiosa opera cubista di Pablo Picasso, uno dei pittori più acclamati del XX secolo, diventata poi il simbolo della denuncia contro la distruzione causata dalla guerra:




Successivamente, anche durante la seconda guerra mondiale, l’aviazione continuò a mantenere un ruolo di elevata importanza; tutti i paesi coinvolti ne fecero uso, impiegando gli aerei in un’infinità di ruoli: caccia, bombardieri, ricognitori, mezzi da collegamento, trasporti, pattugliatori marittimi, aerosiluranti.

 
                Scena tratta da Porco Rosso (1992), film d'animazione scritto e diretto da Hayao Miyazaki

L’epilogo della guerra è tristemente legato ad una delle tipologie appena descritte: due bombardieri B-29, appartenenti all’aeronautica militare statunitense, l'Enola Gay e il BOCKSCAR, il mattino del 6 agosto 1945 alle ore 8:15 sganciarono la bomba atomica "Little Boy" sulla città giapponese di Hiroshima e, tre giorni dopo, l'ordigno "Fat Man" su Nagasaki.
Le azioni appena descritte provocarono dalle 100.000 alle 200.000 vittime e per questo motivo fu il primo ed ultimo utilizzo in guerra di tale arma.

In quei giorni risuonarono violentemente le parole profetiche di Italo Svevo contenute nel finale del suo capolavoro "La coscienza di Zeno":

Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

Anche tenendo conto di tutto l’egoismo e la brutalità che permeano l’animo umano, è davvero lecito pensare che l’uomo possa salvarsi solamente attraverso la distruzione di sé stesso, tralasciando tutti gli aspetti positivi che l’esistenza umana possiede?
(i link ad ulteriori riferimenti e/o approfondimenti sono presenti all'interno del testo)

martedì 2 giugno 2020

Gustave Eiffel e la sua torre - STEP#16

Qual è uno degli edifici più amati e visitati al mondo, simbolo della fioritura della cosiddetta “architettura degli ingegneri”, alto circa 300 metri ed in grado di sopportare venti che soffiano a più di 200 km/h?  La risposta credo, ma soprattutto spero, sia scontata: sto parlando della famosissima Tour Eiffel.

Gustave Eiffel e la sua torre

La progettazione fu iniziata da Maurice Koechlin e Émile Nouguier, che aderirono con entusiasmo all’idea del governo francese di inaugurare l’Esposizione Universale del 1889 con un’opera architettonica maestosa.
I due ingegneri facevano parte della Compagnie des Établissements Eiffel, una ditta gestita da Gustave Eiffel, uno dei protagonisti della seconda rivoluzione industriale che portò all’affermazione della figura dell’ingegnere, dotato di una formazione tecnica più solida rispetto a quella artistica degli architetti.
Eiffel, intuita la genialità dell’idea dei suoi collaboratori, si avvalse dell’aiuto di Stephen Sauvestre, ingegnere capo del dipartimento di architettura della sua società, per perfezionare ed ultimare il progetto.


La struttura della torre è costituita da una base quadrata da cui si innalzano quattro pilastri che, infine, confluiscono in un'unica colonna che diventa sempre più sottile; le misure della costruzione furono esagerate appositamente da Eiffel che, non sicuro della precisione dei suoi calcoli, doveva evitare che il vento creasse forti oscillazioni e il conseguente crollo dell’opera.
Essa, infatti, presenta una forma aerodinamica con 7.300 tonnellate di ferro assemblate in una costruzione reticolare: i diciottomila pezzi metallici non erano costituiti da travi massicce ma da barre scanalate per resistere alla velocità dell’aria.
Tempo impiegato per la costruzione della torre

Nel 2004 Patrick Weidman e Iosif Pinelis, due ricercatori statunitensi, hanno pubblicato l’articolo "Model Equations forthe Eiffel Tower: Historical Perspective and a New Equation", in cui hanno approfondito gli studi svolti da Gustave Eiffel.
Essi hanno trovato un’equazione che spiega la relazione tra la forma della Tour Eiffel e l’azione del vento: 

“While events of the French Revolution are captured by Charles Dickens in his poignant novel A Tale of Two Cities, the centennial of the French Revolution is commemorated by Eiffel’s graceful tower, the skyline profile of which is A Tail of Two Exponentials.”





La torre, nonostante oggi sia molto amata, inizialmente fu aspramente critica e non voluta da moltissimi cittadini, tra cui diversi intellettuali che tentarono di bloccare la costruzione. Nella lettera, firmata dai pittori Ernest Meissonier e William-Adolphe Bouguereau, l'architetto Charles Garnier, gli scrittori Guy de Maupassant e Alexandre Dumas (figlio) e decine di altri nomi altrettanto importanti, si leggeva:









«Noi scrittori, pittori, scultori e architetti, a nome del buon gusto e di questa minaccia alla storia francese, veniamo a esprimere la nostra profonda indignazione perché nel cuore della nostra capitale si debba innalzare questa superflua e mostruosa Torre Eiffel, che lo spirito ironico dell'anima popolare, ispirata da un sano buon senso e da un principio di giustizia, ha già battezzato la Torre di Babele. La città di Parigi si assocerà veramente alle esaltate affaristiche fantasticherie di una costruzione meccanica - o di un costruttore - disonorandosi e degradandosi per sempre? [...] La Torre Eiffel, che neppure l'America, con la sua anima commerciale, ha l'audacia di immaginare, senz'alcun dubbio è il disonore di Parigi. Tutti lo sentono, tutti lo dicono, tutti ne sono profondamente rattristati, e noi non siamo che la debole eco di un'opinione pubblica profondamente e giustamente costernata. Quando gli stranieri visiteranno la nostra Esposizione protesteranno energicamente: "È dunque questo l'orrore che hanno creato i francesi per darci un'idea del loro gusto tanto magnificato?". [...] E per i prossimi vent'anni vedremo stagliarsi sulla città, ancora vibrante dell'ingegno dei secoli passati, vedremo stagliarsi come una macchia d'inchiostro l'odiosa ombra dell'odiosa colonna di metallo imbullonato»

La costruzione, successivamente, ha incontrato nuovamente la letteratura nel racconto di Dino Buzzati, "La Torre Eiffel", contenuto nella raccolta "La boutique del mistero".

In esso lo scrittore, considerato uno dei più grandi autori di romanzi fantastici del Novecento italiano, racconta che gli operai dediti alla costruzione dell’edificio si erano spinti ben oltre i 300 metri che possiamo osservare oggi:

“La costruzione non sarebbe finita mai e per la perpetuità dei tempi la Torre Eiffel avrebbe continuato a crescere in direzione del cielo, sopravanzando le nubi, le tempeste, i picchi del Gaurisangar. Fin che Dio ci avesse dato forza, noi avremmo continuato a bullonare le travi di acciaio una sopra l'altra, sempre più in su, e dopo di noi avrebbero continuato i nostri figli, e nessuno della piatta città di Parigi avrebbe saputo, lo squallido mondo non avrebbe capito mai.”

Tuttavia, i lavoratori furono costretti a fermarsi e il loro lavoro aggiuntivo venne distrutto:

“Disfecero il poema da noi elevato al cielo, amputarono la guglia a trecento metri d'altezza, ci piantarono sopra il cappelluccio che ancora adesso vedete, miserabile. La nube che ci nascondeva non esiste più, per questa nube anzi faranno un processo alle Assise della Senna. L'aborto di torre è stato tutto verniciato di grigio, ne pendono lunghe bandiere che sventolano al sole, oggi è il giorno dell'inaugurazione.”

Torre di Babele

Il racconto, oltre a definire un parallelismo con la Torre di Babele, costruita, secondo il racconto biblico, sul fiume Eufrate nel Sennaar (in Mesopotamia) con l'intenzione di arrivare al cielo e dunque a Dio (Genesi 11, 1-9), fa riflettere sul tempo sprecato durante la giovinezza in pretese inutili.
Infatti, nella conclusione de "La Torre Eiffel", Buzzati scrive:
Ah, giovinezza

Approfondimenti:

(i link ad ulteriori riferimenti e/o approfondimenti sono presenti all'interno del testo)

mercoledì 27 maggio 2020

"La peste non ha frontiere", Primo levi - STEP #14




Sitografia:
Archivio La Stampa

Il disastro di Černobyl' - STEP #14


Il 25 aprile 1986 il personale del reattore n.4 della centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale, iniziò un test definito "di sicurezza" per verificare l’efficienza delle turbine. Negli anni precedenti la centrale era stata oggetto di numerose indagini da parte del KGB per presunti problemi ed incidenti che furono omessi e nascosti. Durante quella fatidica sera di aprile vari errori e difficoltà vennero nuovamente a galla ma i tecnici, violando norme di sicurezza e di buon senso, proseguirono i test fino a quando, il 26 aprile 1986, alle ore 1:23:45 del mattino, un incontrollato aumento della potenza del nocciolo del reattore n. 4 della centrale determinò la disintegrazione delle barre di alimentazione di uranio e la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento. La conseguenza di questa frattura fu una fortissima esplosione, che provocò lo scoperchiamento del reattore e un vasto incendio. Quest’ultimo, non coperto da strutture di contenimento, rilasciò una massiccia nuvola di materiale radioattivo che ricadde sulle aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente.

Centrale dopo l'esplosione del reattore

Inizialmente la notizia non venne data in maniera ufficiale ma arrivò in Occidente solamente grazie a un radio amatore e alle stazioni di controllo esterne.

Il repentino intervento di numerosi volontari e di elicotteri che scaricarono sabbia, piombo e carburo di boro portò alla copertura del reattore. Inizialmente questi lavoratori non furono informati sulla reale gravità della situazione e sulla quantità enorme di radiazioni emesse e moltissimi di loro, addirittura, non furono neanche forniti delle giuste protezioni mentre le aree circostanti vennero evacuate dopo ben 36 ore.
Le nubi radioattive, in circa dieci giorni, raggiunsero anche l'Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione via via minori, toccando anche l'Italia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l'Austria, i Balcani, e porzioni della costa orientale del Nord America.


Tutti i paesi coinvolti furono costretti ad adottare norme di sicurezza molte rigide ed inoltre, il 9 maggio avvenne un’altra esplosione che portò al rilascio di nuovo materiale nocivo in un raggio di 35 km e che rese necessaria la costruzione di un sarcofago per chiudere definitivamente il reattore.

I colpevoli del disastro di Černobyl', ovvero i tecnici e il direttore dell’impianto Viktor Bryukhanovfurono processati e condannati.  Esso è il più grave incidente nucleare mai avvenuto in una centrale nucleare, ed è uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES) dall'IAEA, insieme all'incidente verificatosi nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

Il triste episodio ha provocato, secondo un rapporto redatto da agenzie dell'ONU, 65 morti accertati e più di 5000 casi di tumore della tiroide, probabilmente attribuibili alle radiazioni, fra coloro che avevano da 0 a 18 anni al tempo del disastro. Tuttavia, risultati certi non si potranno mai avere, soprattutto a causa dei numerosi effetti a lungo termine causati dall’esposizione a questo materiale nocivo; inoltre, nel corso degli anni, sono sorti moltissimi studi sul calcolo delle persone coinvolte, con risultati differenti che hanno spesso portato a pensare ad una censura del numero reale di vittime, viziata da conflitti di interessi.
Per esempio, nello studio Torch (The Other Report on Chernobyl), commissionato dal gruppo dei Verdi del parlamento europeo, si parla di 30-60mila vittime mentre un team di scienziati diretti dal biologo Alexey Yablokov, membro dell’Accademia russa delle scienze, ha dichiarato una stima di quasi un milione di morti.

Uno dei principali contestatori dei risultati ufficiali fu Greenpeace, che ha presentato una stima di 6.000.000 di decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni, contando tutti i tipi di tumori e deformazioni riconducibili alle radiazioni emesse durante il disastro.

La "città fantasma"


Sitografia e approfondimenti:
CHERNOBYL: il disastro in 3 minuti 

(i link ad ulteriori riferimenti e/o approfondimenti sono presenti all'interno del testo)

L'aeronautica - STEP #13

Il desiderio di volare accompagna l’uomo da sempre: lo si può già osservare, per esempio, nel mito greco di Dedalo ed Icaro, rispettivamente padre e figlio. Dedalo era un grande scultore, architetto ed inventore a cui Minosse commissionò la costruzione del labirinto per rinchiudere il Minotauro. Vi sono due versioni di questa storia: secondo la prima, Dedalo costruì delle ali con le piume degli uccelli e la cera per se stesso ed Icaro con lo scopo di fuggire dal labirinto in cui erano stati rinchiusi dal re di Creta per aver aiutato Arianna e Teseo ad uccidere il Minotauro e ad uscire dal luogo di prigionia, grazie al consiglio del filo; secondo l’altra versione, ovvero quella presente nelle Metamorfosi di Ovidio, l’inventore creò quel metodo di fuga solamente per crescere il figlio in un luogo lontano da Creta, da cui non poteva allontanarsi per volere del re.
Dedalo riuscì a completare la sua invenzione e di conseguenza a fuggire con il figlio a cui raccomandò più volte di non volare troppo in basso per evitare che la salsedine e l’umidità del mare lo trascinassero in acqua e, allo stesso tempo, di non spingersi troppo in alto perché il sole l’avrebbe bruciato e avrebbe sciolto la cera. Tuttavia, il ragazzo, colmo di eccitazione e di felicità alla vista delle meraviglie dei mari e delle terre, si spinse troppo in alto dove i raggi del sole provocarono quello che aveva previsto il padre: così Icaro precipitò e morì.
Il mito presenta diversi spunti di riflessione: da una parte vi è un padre che per provare ad assicurare un futuro migliore al figlio mette a rischio la proprio vita e quella del suo amato erede, dall’altra vengono evidenziati i limiti dell’uomo imposti dalla natura, che egli non deve oltrepassare ma deve, invece, cercare un equilibrio nella propria vita, ovvero non scendere troppo in basso e, allo stesso tempo, non volare troppo in alto.

La conseguenza del sogno innato di volare è stata l’immaginazione e la progettazione di “macchine volanti”: il matematico e filosofo Archita da Taranto, vissuto quattro secoli prima di Cristo, è considerato il primo costruttore di un oggetto alato in grado di effettuare brevi voli.
Il primo tentativo di volo meccanico, invece, è stato eseguito da Abbas ibn Firnas, che lanciò una sorta di ornitottero dal Monte della sposa vicino Cordova, in Spagna nell'875 d.C. Successivamente Ruggero Bacone, filosofo e scienziato del 1260, iniziò a riflettere sui mezzi tecnologici per il volo e i suoi pensieri iniziarono ad avere una realizzazione concreta nel Rinascimento, con Leonardo da Vinci che affrontò il desiderio umano di spiccare il volo mediante un solido criterio scientifico. Egli studiò l’anatomia umana e il movimento (in particolare il volo degli uccelli e degli insetti) e capì che gli umani non sono in grado di sfruttare semplici ali attaccate alle braccia sia per il peso troppo elevato del corpo sia per la forza che non è sufficiente. Per questo motivo progettò l’ornitottero, un mezzo in cui l'aviatore è disteso su una tavola e manovra due grandi ali usando dei pedali e delle leve.


Appunti e schizzi di Leonardo






“Chi ha provato il volo camminerà guardando il cielo, perché là è stato e là vuole tornare.” 
- Leonardo da Vinci







Questo progetto venne ripreso moltissime volte nel corso della storia, per esempio da Gustave Trouvé, a cui si deve il primo modello in grado di volare o da Lawrence Hargrave che costruì diversi ornitotteri mossi da vapore o aria compressa; ancora oggi gli studi continuano e nel 2010, Todd Reichert, dottorando all'Università di Toronto, è riuscito addirittura nell’impresa di volare a bordo di un ornitottero per 19,3 secondi coprendo 145,3 metri alla velocità di 25,6 km/h, utilizzando la sola forza dei muscoli delle sue gambe per far battere le ali.

Tornando nuovamente indietro nel passato, è sicuramente degna di nota l’invenzione del primo aeromobile, in grado di portare un essere umano in cielo, da parte dei fratelli Joseph-Michel Montgolfier e Jacques-Étienne Montgolfier nel XVIII secolo. L’intuizione per la loro creazione provenne probabilmente dall’osservazione casuale di panni posti ad asciugare che, per effetto del fuoco, si sollevavano verso l'alto.
La prima dimostrazione pubblica del funzionamento della cosiddetta mongolfiera fu il 5 giugno del 1783 ad Annonay: il volo coprì circa 2 km, durò 10 minuti e raggiunse l'altitudine stimata di 1.600-2.000 metri. Oltre alla popolarità dei fratelli, crebbero di pari passo moltissimi dubbi sui possibili effetti di un volo in alta quota sugli esseri viventi. Per questo motivo, probabilmente, re Luigi XVI emanò un bando attraverso cui proibiva qualsiasi volo compiuto da persone; di conseguenza, il 19 settembre del 1783 l'"Aerostate Révellion" venne fatto volare con a bordo una pecora, un'oca ed un gallo, i quali completarono il volo indenni.

Presentazione della mongolfiera a Versailles




Il primo volo eseguito da uomini su un aerostato ad aria calda (intitolato alla regina Maria Antonietta) avvenne il 21 novembre del 1783 ed esso creò stupore e aumentò a dismisura la fama dell’invenzione dei fratelli Montgolfier.
Grande successo ebbe anche l’ode che Vincenzo Monti, esponente per antonomasia del Neoclassicismo italiano, dedicò all’impresa dei due inventori, paragonandola a quella mitica degli Argonauti (Ode al Signor di Montgolfier).







Tuttavia, se si parla di fratelli inventori i più famosi sono probabilmente i WrightWilbur e Orville, alla cui invenzione è stata accreditata la nascita dell’aeronautica moderna.



Da allora i veicoli aerei hanno continuato ad evolversi di pari passo con la scienza, fino a diventare, purtroppo, anche armi belliche.




(i link a riferimenti e/o approfondimenti sono presenti all'interno del testo)

lunedì 13 aprile 2020

"Storytelling di aria" - STEP #02


Filosofia ed ingegneria sono sicuramente accumunate dalla continua ricerca di soluzioni ai problemi che caratterizzano la natura, gli esseri umani e le interazioni fra questi protagonisti della vita sulla Terra.

L’indagine filosofica o quella tecnico-scientifica, solitamente, partono da una ricerca e quest’oggi, anch’io, seguirò questa strada per approfondire ulteriormente l’origine e lo sviluppo, nel corso della storia umana, della parola “aria”.

Essa deriva, come già detto in un post precedente, dal greco-latino “aerea”, accusativo di “aer”; in particolare, quest’ultimo termine veniva utilizzato dagli antichi greci per indicare gli strati più bassi e oscuri dell'atmosfera mentre “aether” veniva impiegato con il significato di atmosfera luminosa situata in alto, sopra le nuvole.

I primi filosofi greci a dare importanza all’elemento aria furono i Presocratici, ovvero i filosofi che precedono Socrate, accumunati dallo studio della natura e dalla ricerca di un'archè, ovvero una forza o una legge che fa funzionare l’universo e da cui tutto ha origine e a cui tutto farà ritorno.

La filosofia occidentale
Anassimene, filosofo presocratico, discepolo di Anassimandro e appartenente alla Scuola di Mileto, era convinto che l’aria fosse l’archè da cui tutto ha origine, attraverso un ciclo costituito da processi di condensazione e rarefazione (che verrà ripreso da Eraclito, nonostante il suo archè fosse il fuoco). L’aria, condensandosi, si raffredda e diventa acqua e poi terra, mentre allentandosi e dilatandosi, si riscalda e diventa fuoco.  Il filosofo, perciò, concepiva questo elemento in perenne movimento ed arrivò, inoltre, a conferirgli un carattere divino, come costituente dell’anima.

Un altro filosofo che attribuì grande importanza all’elemento portante del blog fu Empedocle. Secondo quest’ultimo “nascita” e “morte” non esistono e ciò che gli uomini hanno chiamato con questi nomi non sono altro che il mescolarsi e il dissolversi di quattro sostanze indistruttibili ed eternamente uguali: aria, acqua, terra e fuoco, chiamati, dal filosofo, “radici di tutte le cose”.

Platone, nel Timeo, un dialogo che ha influito in maniera massiccia sulla filosofia e sulla scienza posteriori, descrive il cosmo come composto di quattro elementi: aria, acqua, fuoco e terra. Essi, secondo il filosofo, sono costituiti a loro volta da triangoli che, quindi, vanno a formare dei solidi: l’aria è stata associata all’ottaedro.

Successivamente, nel pensiero di Aristotele, allievo di Platone, si possono ritrovare gli elementi presenti nel Timeo a cui viene attribuita, però, una diversa spiegazione. Essi costituiscono il mondo sublunare, sono trasformabili uno nell’altro e ad essi si aggiunge una quinta essenza: l’etere; esso è superiore alle altre quattro sostanze, in quanto è incorruttibile, ingenerato e non soggetto ad alterazioni. Esso, infatti, è il costituente della sfera celeste.

Copertina degli "Ossi di seppia",
Eugenio Montale 
Conducendo un salto temporale, l’utilizzo della parola “aria” o dei suoi vari significati alternativi, come “vento”, è largamente osservabile nella letteratura a partire da Dante e Petrarca, fino a Parini, Foscolo, Leopardi, Montale, Calvino. Essa fa parte della natura benevola o matrigna, come in Leopardi, che dà al vento il valore simbolico del trascorrere del tempo; inoltre, ha assunto spesso un duplice significato sia positivo, come “ondata di vita” (Montale) o “vento del progresso”, sia negativo legato alle vicende belliche o all’inquinamento
Quest’ultima tematica si può riscontrare in opere come: La salubrità dell’aria, ode di Giuseppe Parini, in cui egli ha descritto l’inquinamento ambientale di Milano; La nuvola di smog di Italo Calvino, in cui il protagonista si sente intrappolato dal sudiciume dell’aria; Hard Times, dello scrittore inglese Charles Dickens, che ha criticato la società industriale e la filosofia utilitaristica del suo tempo.






Oggi, purtroppo, si sente parlare di “aria” quando si affronta la questione appena citata o altri spiacevoli argomenti, come la diffusione del coronavirus attraverso i pulviscoli atmosferici.
Tuttavia, grazie al progresso scientifico ed ingegneristico, essa può essere associata all’utilità. Infatti, l'aria può essere utilizzata, per esempio, come fonte di energia, per il raffreddamento di dispositivi, come isolante termico, nello svolgimento di molti processi chimici, per applicazioni subacquee e camere d'aria di pneumatici e gommoni e come refrigerante.


Energia eolica

Sitografia:
Aria 

Bibliografia:
Storia del pensiero filosofico e scientifico-Giovanni Reale, Dario Antiseri
La letteratura-Giorgio Barberi Squarotti, Giannino Balbis, Giordano Genghini

(i link ad ulteriori riferimenti e/o approfondimenti sono presenti all'interno del testo)

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